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Tradita la vocazione socialista della Costituzione italiana

(15/04/2020)

 

A cura di Ernesto Manfredonia

 

Quale socialismo? Così decenni fa il filosofo Norberto Bobbio introduceva nel suo saggio omonimo le perplessità su quel riformismo così paventato dal sistema di potere democratico, che ha caratterizzato la storia repubblicana del nostro paese. Un riformismo del resto mai attuato, o se non altro ostacolato con ferocia quando all’orizzonte del proscenio politico emersero figure come Craxi, il quale, in rottura con il consociativismo che sorreggeva la reale dialettica e il finto scontro tra democristiani e comunisti, cercava di attuare in Italia quel cambiamento che mal si addice alla logica conservatrice del nostro sistema politico.

Quale socialismo? Domanda lecita se si pensa alla seconda forza politica che ha contribuito alla stesura dell’osannata Carta Costituzionale, ossia nella prima parte dedicata ai rapporti economici. In cosa si è esaurita la funzione della nostra Costituzione? Nella lotta ai vizi dei Capi del Governo? Nella giaculatoria della legalità così sapientemente recitata nelle scuole spesso in omaggio alla retorica? Penso alla privatizzazione della Banca d’Italia, alle riforme del diritto del lavoro che hanno creato vuoti nel mercato lasciando un’intera generazione di forze fresche, in balia dei capricci del consumismo svilendone la reale forza promotrice, alla sacralità dell’istruzione e della sanità che ha prodotto solo un esodo di valenti ricercatori orfani del nepotismo,  e infine a tutte le politiche che hanno creato quelle discrepanze nel tessuto economico acuite poi da una forbice sociale sempre più allargata.

 

Il socialismo, in realtà, non è mai stato realizzato nella sua più totale concretezza. Si è cercato piuttosto di intessere un meccanismo assistenziale che in realtà ha procurato solo ulteriori scompensi, in quanto non sempre orientato alle reali prorità del nostro sistema economico in un ottica di progresso sociale. Squilibri che si sono infine espressi in errate distribuzioni di ricchezza e che emergono oggi con maggior impeto in questo periodo di quarantena. Famiglie che non riescono ad assicurarsi beni di prima necessità, tributi non legittimati da alcuna logica giuridica votata all’equità, stipendi stellari giustificati da chissà quali particolari criteri.

Insomma, era davvero questa l’Italia teorizzata dai Padri Costituenti? Dinanzi al dubbio che ci assale potremmo ipotizzare solo un’ovvia risposta negativa, altrimenti non sarebbe un azzardo pensare che i valori fondamentali così tanto sbandierati si siano poi rivelati in realtà solo lettera morta.






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