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Castellammare di Stabia, Vesuvio Pride: la replica di Mario d’Apuzzo

(11/08/2025)

Il Vesuvio Pride Castellammare di Stabia sta alimentando un acceso dibattito politico locale, in particolare per le polemiche sui costi della manifestazione. La vicepresidente del Consiglio regionale della Campania, Loredana Raia, ha descritto il Pride come “una manifestazione importante di sensibilizzazione sui diritti civili e contro le discriminazioni”, criticando chi lo ha ridotto a una “carnevalata”. Raia ha rimarcato l’impegno della Regione nel contrasto alle discriminazioni e nel sostegno alla comunità LGBTQIA+, citando la Legge 37/2020 e un bando recente da 600.000 euro per l’istituzione di Sportelli e Rifugi Arcobaleno.

A queste dichiarazioni ha risposto Tonino Scala, segretario regionale di Sinistra Italiana, esprimendo stupore per il modo in cui la critica è stata formulata e contestando l’uso del termine “carnevalata”. Secondo Scala, il Pride “non è un evento folkloristico, ma il risultato di decenni di battaglie civili”, precisando inoltre che il contributo comunale di 30 mila euro consiste principalmente in servizi come maxi-schermo, microfoni e ambulanze, fondamentali per garantire sicurezza e accessibilità durante la manifestazione.

Tuttavia, la posizione del consigliere d’opposizione Mario d’Apuzzo si distingue per una critica più dura. In un recente intervento, d’Apuzzo ha dichiarato: “Mi spiace osservare che le affermazioni della vicepresidente Raia riguardo al Gay Pride a Castellammare siano alquanto inquietanti, non solo per i contenuti, ma anche per l’arroganza intellettuale che le accompagna. L’idea, tipicamente autoritaria, che si debba intervenire culturalmente per correggere chi non si allinea alla propria visione è pericolosa e profondamente antidemocratica. In una vera democrazia, la cultura si alimenta di pluralismo, non di pensiero unico imposto dall’alto. Ho espresso un’opinione legittima, tutelata dalla Costituzione, e la libertà di parola dovrebbe valere tanto per chi appoggia le posizioni ufficiali quanto per chi le contesta. Pretendere di zittire o etichettare come infami i dissidenti, in nome della ‘democrazia’, rappresenta un abuso semantico e politico. Una forza politica seria e onesta non teme il dissenso: lo affronta con argomentazioni, non con etichette o richiami a una ‘rieducazione’ ideologica. Preciso inoltre che non ho mai usato il termine ‘carnevalata’, ma ‘carnevale ideologico’, un’espressione manipolata dalla Raia per distorcere il mio pensiero. Chi non comprende questa differenza si trova fuori dal dibattito serio, chi invece la conosce e la distorce, agisce in malafede. La vicepresidente ha detto che ‘c’è ancora bisogno dei Pride’ e che serve ‘intervenire culturalmente’. Questi messaggi, tradotti in linguaggio istituzionale, sono inquietanti: indicano che chi non condivide il dogma deve essere ‘corretto’. Questa logica ricorda un catechismo politico più che un confronto democratico. Si trasforma così un’iniziativa di libertà in un rito ideologico obbligatorio, in cui la dissidenza diventa un peccato da espiare. La libertà culturale non consiste nel uniformare le opinioni, ma nel permettere a visioni diverse di convivere. I Pride hanno avuto un ruolo storico nella conquista di diritti, ma oggi bisogna chiedersi se la formula spettacolare sia ancora efficace o se si sia trasformata in un folklore autoreferenziale, spesso finanziato con denaro pubblico. Discutere di costi e modalità non è un atto ostile ai diritti, ma un dovere civico. Il vero pericolo non è il dissenso, bensì l’uso distorto del linguaggio come strumento di repressione. Parole come ‘omofobia’ o ‘intervento culturale’ diventano armi retoriche per screditare e silenziare. Questo non favorisce un dibattito aperto, ma lo degrada. Se si vuole che il Pride sia un momento di inclusione e dialogo, bisogna accettare che possa essere criticato. Difendere il diritto di esprimere opinioni scomode è fondamentale per tutelare i diritti civili stessi. Il pensiero unico, qualsiasi vessillo esso porti, rappresenta il peggior nemico della libertà”.






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