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Campania e referendum- Una settimana dopo

Un'analisi dei referendum abrogativi in Campania dal ’94 ad oggi.

(16/06/2025)

A cura di Mario Ricci.


È passata una settimana dai referendum dell’8-9 giugno, non si è raggiunto il quorum ma si possono comunque fare alcune considerazioni, tenendo d’occhio soprattutto la Campania.

La Campania (come il resto del sud) ha sempre registrato una minore affluenza rispetto alle regioni del nord e, osservando i risultati delle politiche e delle regionali, ha avuto tendenze liberal-conservatrici (DC, PPI e FI) fino al 2018, quando si è allineata al M5S.

I primi referendum della seconda repubblica furono quelli del ’95 con una affluenza ben più bassa dei precedenti (57/58% nazionale e 42,8% in Campania), a segnalare la perdita di fiducia nella politica; la Campania per la maggior parte dei quesiti ha seguito la tendenza nazionale, generalmente dettata dal PDS (che alle politiche precedenti si era rivelato maggioritario solo nella provincia di Napoli, che però è molto più popolosa delle altre), andando controtendenza solo per i quesiti n.4 e 5.

Nel ’97 ci furono altri referendum, promossi dai Radicali, ma nessun quesito raggiunse il quorum, principalmente a causa della scarsa mobilitazione: in Italia votò solo poco più del 30%, in Campania 23,5%

Nel ’99 ci fu un solo referendum, promosso da Segni e Di Pietro, non si raggiunse il quorum per pochissimo: affluenza nazionale è stata del 49,58% mentre quella Campana è stata del 40,87%.

Per la prima volta fu promosso apertamente l’astensionismo (da parte della Lega Nord e del PPI) con conseguente mancato raggiungimento del quorum. Un astensionismo strategico che da lì in poi si rivelerà sempre vincente, tranne che nel 2011.

Nel 2000 ci furono altri referendum, promossi dai Radicali, nessuno raggiunse il quorum (affluenza nazionale: 32%, Campania: 23,8%): l’astensionismo strategico fu promosso da Lega, FI, PRC, CDU.

Nel 2003 e nel 2005 ci furono altri referendum, promossi da PRC e Verdi, di nuovo vinse l’astensionismo promosso da fazioni che spaziavano dal centro-sinistra alla destra. L’affluenza nazionale fu per entrambi i quesiti di poco superiore al 25%, in Campania nel 2003 si è registrata un’affluenza media del 22,5% e nel 2005 del 15,7%.

Nel 2009 Segni e Guzzetta promossero altri referendum (circa la legge elettorale) a cui si opposero tutti i partiti tranne il PD: non si raggiunse il quorum. Affluenza nazionale di poco superiore al 23,3%, in Campania circa il 15%.

Nel 2011 si è raggiunto per l’ultima volta il quorum (affluenza nazionale: 54,8%, Campania: 52,3%) con conseguente vittoria dei 4 sì, sostenuti principalmente dalla sinistra.

Nel 2016 ne fu indetto un altro ma il PD, scelta civica e certi elementi di FI promossero l’astensione e non si raggiunse il quorum (affluenza nazionale: 32,16%; Campania: 26,13%).

Nel 2022 si tennero altri referendum, promossi da fazioni che andavano dal centro all’estrema destra, l’astensionismo fu promosso ufficialmente solo da piccoli partiti ma non si raggiunse comunque il quorum (affluenza nazionale: 20,9%; Campania: 16,92%).

Gli ultimi referendum dell’8-9 giugno, promossi principalmente dalla CGIL, come già sappiamo, non hanno raggiunto il quorum per la propaganda astensionista della destra, anche da Tajani che aveva definito la cittadinanza come una lotta di civiltà e quegli stessi partiti che avevano criticato aspramente il Jobs Act.

Si è potuto assistere alla scarsa influenza esercitata da quei partiti (come IV) che hanno appoggiato solo il quesito per la cittadinanza che è stato proprio il meno votato (confermando la tesi che l’Italia è un paese xenofobo e retrogrado). L’affluenza è stata comunque maggiore del referendum precedente (media nazionale: 30,58%, Campania: 29,86%).

La Campania però si è rivelata più accogliente alla cittadinanza rispetto al resto d’Italia (65,85% di sì Campani contro il 65,34% degli altri Italiani), differenza bassa ma, forse, è comunque un ricordo della frase: “C’è sempre qualcuno più meridionale di noi”.






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