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Castellammare. Giovani senza lavoro: una piaga orfana dell'ipocrisia

A cura di Ernesto Manfredonia

Che una partita di calcio della squadra locale sia spesso più ghiotta di una lettura di un buon libro, è un’ovvietà che trova puntualmente le sue conferme nelle statistiche. Ma come tutte le statistiche, anche qui si annida il rischio di incorrere nel pericolo di quella stupida generalizzazione che, da una parte, avalla coloro che fanno dell’indifferenza la propria religione e, dall’altra, seppellisce coloro che nonostante indubbi meriti vengono catapultati mille miglia dal farraginoso ingranaggio impazzito della società.  Oggi il lavoro sta diventando un prodotto di lusso che asseconda i capricci del caso. Nella Prima Repubblica la politica ha funto da ottimo diaframma per sdoganare i propri elettori nei rivoli delle varie arterie della Pubblica Amministrazione. Lo descrive bene il film “Un borghese piccolo piccolo” di Mario Monicelli che vede un magistrale Alberto Sordi barattare la propria libertà al potere per far assumere suo figlio nel Ministero in cui lavora. Oggi nell’era delle privatizzazioni e dell’apertura dei mercati, il repentino mutamento dello scenario del mondo del lavoro ha cambiato senza alcun dubbio i meccanismi delle assunzioni. La sopravvivenza di alcuni sistemi di potere, ossia quelli che hanno retto al drastico impatto di Tangentopoli, mista all’istinto di autoconservazione, ha portato oggi ad inevitabili chiusure a riccio che ha stralciato tutti coloro che, nonostante enormi meriti, stanno assaporando l’amarezza della disoccupazione.

Il problema è stato sollevato anche nella Città delle Acque da due consiglieri comunali. L’illusione del lavoro? Smantellata dal M5S. Le conseguenze? Manovalanza per i clan. La causa? Ovviamente questa amministrazione. La semplicistica ricetta sembra essere pronta, la portata è passata inosservata, e la soluzione c’è, ma misteriosamente, tarda a venire. Non sorprende infatti che oggi molti giovani siano propensi ad investire altrove. Castellammare è stata testimone di un esodo che ha visto un’intera fascia cittadina, dai 18 ai 30 anni, virare altrove i dovuti sforzi. Per anni inascoltati e orfani di giuste amicizie, diventano oggi campanellini d’allarme di una città che ha non poche volte premiato le corporazioni. La bandiera del turismo, che per decenni è stata sventolata da coloro che non avevano nemmeno contezza della lingua inglese, diventa improvvisamente bianca per attirare l’attenzione dei tanti giovani bilingue che hanno dovuto orientarsi altrove per accedere alla soglia del mercato del lavoro. Penisola Sorrentina e Pompei le mete più ambite. E parliamo di due vicini di casa che sono a chilometro zero. Il tutto, sia chiaro, sotto gli occhi di non pochi politici locali che hanno caldeggiato, e caldeggiano, le poltrone di Palazzo Farnese.

Un sintomo di questo fenomeno lo abbiamo rilevato spesso con il termometro delle associazioni. Realtà culturali in guerra tra loro votati all’autocelebrazione degli eventi in una città di 60.000 abitanti che vede privarsi di una libreria nel più totale silenzio. Templi dell’anticamorra e dell’ambientalismo che hanno ripetuto con pseudo mentori  quella giaculatoria della legalità che poi viene interrotta nei paradossi della natura, quale può essere ad esempio un semplice ramoscello che fa raggrumare i frutti della disonestà in uno dei fiumi più inquinati d’Europa. Attenzione, la responsabilità non è da addebitare certamente a queste associazioni, questo è fuori dubbio. Stiamo solo descrivendo un fenomeno  che fonda la propria esistenza sulla situazione odierna in cui viviamo. La nostra città vanta un numero esorbitante di associazioni, e non si riesce a rivitalizzare l’aorta giovanile con iniziative culturali che siano capaci di indirizzarsi al mondo del lavoro. Strade costellate dalle novità del commercio e prive di ogni iniziativa culturale. Basterebbe poco. Invece no. L’importante è che si fanno gli eventi. Non importa il fine, basta il sold out del momento. Come biasimare dunque le bacheche di coloro che sui social gonfiano ogni inezia per attirare l’attenzione di qualche benefattore? Per questo che pian piano prevale con forza quell’individualismo che diventa figlio del bisogno. Quel bisogno alimentato da una politica che per decenni non ha saputo, o voluto, leggere la realtà. Una realtà complice di una sopravvivenza che, a ragione, troppe volte ha ceduto alle lusinghe di tante sirene che si sono prodigate per i giovani solo col candido suono delle parole. C’è dunque chi spera ancora, chi scappa, chi si crogiola nella propria bambagia, chi si concede qualche bravata. Insomma, si salvi chi può.

 






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