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Ok alla manovra "taroccata" che fa crescere solo le tasse

(31/12/2018)

Il via libera definitivo alla prima «manovra del popolo» è arrivato ieri pomeriggio alle 16.30. La Camera ha approvato con 313 sì e 70 no, ma l'opposizione di centrosinistra (Pd, Leu e +Europa) ha deciso di non partecipare alla votazione. L'unica buona notizia è rappresentata dall'aver evitato l'esercizio provvisorio, ma per il resto si tratta di un provvedimento che, sostanzialmente, si basa su un tradimento (anche semantico) delle sue stesse intenzioni e le misure cardini rischiano di rivelarsi null'altro che scatole vuote. Insomma, una manovra «farlocca» nel suo profondo.

Basta prendere in esame il reddito di cittadinanza che, secondo la propaganda pentastellata, avrebbe dovuto essere un sussidio universale contro la povertà e la disoccupazione da 780 euro mensili per 6,5 milioni di cittadini. Ebbene, non sarà reddito perché, in molti casi, si tratterà di un'integrazione al minimo di 780 euro (ad esempio per i pensionati o per coloro che sono proprietari dell'abitazione in cui risiedono) e, in altri, diventerà una sorta di incentivo all'assunzione di manodopera da formare per le imprese. E, probabilmente, non sarà neanche «cittadinanza» perché sarà percepito, come prevede la legge in questi casi, anche da stranieri con permesso di lungo soggiorno nel nostro Paese.

Grossi «tarocchi» sono anche quelli sganciati da Matteo Salvini che sui provvedimenti-bandiera della Lega ha clamorosamente ciccato gli obiettivi. In primo luogo, lo «smontaggio» della riforma Fornero si può dire totalmente fallito. Nel 2019 si continuerà ad andare in pensione a 67 anni di età con 20 anni di contributi o con 42 anni e 10 mesi di contributi indipendentemente dall'età. La famigerata «quota 100» sarà applicata a una platea numerosa (almeno 350mila persone) ma ristretta rispetto alle aspettative iniziali in quanto al requisito anagrafico dei 62 anni si dovranno sommare i 38 anni di contribuzione (con non più di due anni di contributi figurativi) che penalizzano coloro che hanno avuto carriere discontinue e in particolar modo le madri. Anche per questo motivo l'Ape social e «opzione donna» resteranno in piedi pure l'anno prossimo. Senza contare le finestre mobili di tre mesi nel privato e sei mesi nel pubblico ce allungheranno l'attesa. Per piantare questa bandierina si è dovuto pagare un prezzo salato con i contributi di solidarietà per le pensioni più elevate (sopra i 100mila euro annui lordi) e soprattutto con il blocco delle rivalutazioni sopra i 1.539 euro lordi mensili.

Per non parlare della flat tax che non è universale ma riservata alle sole partite Iva incluse quelle «furbette» (vedi articolo sotto) ma che, sorprendentemente, non è flat, cioè piatta. L'aliquota del 15% vale solo fino a 65mila euro di ricavi e dal 2020 se ne aggiungerà un'altra del 20% per i redditi compresi tra 65mila e 100mila euro. Chi vive di lavoro dipendente e sperava in una riduzione del carico fiscale resterà deluso e dovrà confrontarsi con gli aumenti delle tasse. A partire dai 52 miliardi di clausole di salvaguardia rafforzate per il 2020 e 2021. Su Imu, Tasi e altri tributi i Comuni avranno mano libera per finire con le penalizzazioni per il settore bancario e assicurativo (4 miliardi) che peseranno sul costo dei servizi. Non meno preoccupa desta il sottofinanziamento per 2 miliardi del Fondo sanitario che si ripercuoterà sulle spese mediche. D'altronde non ci si poteva aspettare altro che un «tarocco» da un governo capace di aumentare l'aliquota Ires persino sul volontariato.






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