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Coronavirus, Confapi: liquidare fatture arretrate della P.A.

Le Pmi napoletane: servono liquidità e welfare aziendale per ripartire

(02/04/2020)

NAPOLI – In questo momento di grande difficoltà, il sistema produttivo delle PMI avverte la paura di una ripresa che vedrà molte aziende non essere più capaci di competere ed in molti casi ci si interroga se è utile o meno riavviare le attività. Le difficoltà sono nell’incertezza degli strumenti a disposizione, in una fase in cui c’è molta confusione e un accavallarsi di provvedimenti la cui efficacia, in una situazione di grande debolezza, rischia di essere inutile. Il sistema delle PMI della Regione Campania, afferenti alla Confapi, ha cercato di sentire le imprese aderenti per avere delle indicazioni inerenti il più possibile alla realtà imprenditoriale della nostra regione, indicazioni che hanno portato a definire delle priorità.

Indubbiamente la priorità principale è riaprire le attività in sicurezza, e la Confapi è pronta a fare la sua parte. È stata presentata una proposta per garantire i test ai lavoratori delle aziende e monitorare lo stato di salute delle persone. Le nuove tecnologie permettono un controllo anche a distanza dello stato di salute degli operai. Inoltre, le aziende devono avere a disposizione liquidità necessaria per riavviare le attività nell’ottica individuata dalla BEI (Banca europea per gli investimenti): sostegno al capitale circolante e al capitale per investimenti. È una leva necessaria per far fronte a gravi esigenze di liquidità fino a 18 mesi.

Poter permettere il pagamento di stipendi ed evitare la necessità di licenziamenti:

– Assicurare il pagamento dei fornitori;

– Far fronte a nuove forme di spese legate alla gestione dell’emergenza, per esempio la sottoscrizione di spese assicurative per i dipendenti, l’approvvigionamento di materiale e abbigliamento di protezione, ecc.



Deve esser una misura che opera in modo automatico legato ad alcuni parametri fissi: potrebbe legarsi ad una media del fatturato degli ultimi due anni, ed in ogni caso legato all’effettivo fabbisogno delle imprese. Questa misura è necessaria per garantire che tutte le imprese siano pronte a ripartire. La durata di questo tipo di prestito deve essere almeno di 5-10 anni. Nello stesso momento deve essere garantito il sostegno agli investimenti, con strumenti di medio e lungo periodo, almeno 18 anni, con sistemi di preammortamento di almeno 24 mesi.

Utilizzare il Fondo sociale europeo per favorire politiche di integrazioni attivando la formazione continua a distanza anche per le risorse che usufruiscono di ammortizzatori sociali creando così un vantaggio anche alle aziende che stanno operando riconversioni industriali.

Garantire il pagamento da parte della pubblica amministrazione dei crediti già maturati e l’avvio immediato dei cantieri che possono lavorare in sicurezza, in linea con il Decreto regionale che prevede il pagamento delle attività effettivamente realizzate fino all’80%.

Rispetto alle riconversioni industriali per la produzione di Device medicali (mascherine, guanti in lattice, respiratori, valvole per respiratori, ecc), c’è necessita di accelerare il riconoscimento dei dispositivi in tempi celerissimi (max 10 g): su questo si chiede l’intervento diretto della Protezione civile per accelerare le procedure stesse. Questo nella considerazione del fatto che il rientro al lavoro necessità di una produzione locale di dispositivi di sicurezza.

Tra le misure che il Governo centrale pone in essere per sostenere le imprese in questo momento di grande difficoltà vi è quello della facilitazione all’accesso alle procedure di Cassa Integrazione e delle altre misure di sostegno della stessa natura. Molte imprese, come si è appreso dalla stampa, hanno fatto domanda per accedere alle misure di cui si discute e molte di queste sarebbero disponibili, ad integrare il contributo di cassa integrazione riconosciuto ai dipendenti. Tale contributo integrativo, se riconosciuto nella forma di retribuzione viene, ovviamente, assoggettato a tutti gli oneri fiscali, previdenziali e contributivi che ricadono a carico del datore di lavoro e del dipendente che lo percepisce; con la conseguenza che il predetto contributo diventa, al netto, meno del 60% di quanto stanziato dalle imprese. La proposta avanzata, da alcune imprese associate, sarebbe quella di riconoscere tale contributo integrativo a quello della Cassa Integrazione utilizzando lo strumento del Welfare Aziendale. Lasciando così al lavoratore il 100 per cento della somma e allo stesso tempo l’impresa non dovrebbe scontare oneri contributivi che riconoscerebbe di fatto ai dipendenti posti in cassa integrazione.
 






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