“Traguardo, io e te su di un arcobaleno”: la musica di Tullio Cotticelli come testimonianza del dolore e della speranzaTullio Cotticelli alla finalissima di Promuovi la tua Musica: quando una canzone diventa la voce di chi non viene ascoltato(18/01/2026) 
Castellammare di Stabia, ci sono canzoni che nascono per raccontare una storia. E poi ce ne sono altre che nascono per dare voce a chi quella storia la vive in silenzio. È questo il senso profondo di “Traguardo, io e te su di un arcobaleno”, il brano con cui Tullio Cotticelli ha conquistato l’accesso alla finalissima del contest Promuovi la tua Musica, in programma il 14 febbraio a Milano, dopo il prestigioso passaggio al Tour Music Fest.
Per Cotticelli, però, la musica non è mai stata solo competizione. È piuttosto una forma di testimonianza, un atto di responsabilità emotiva. «Quando ho iniziato a scrivere canzoni – racconta – l’ho fatto semplicemente cercando di dare forma ai sentimenti, a ciò che ci portiamo dentro». Un’idea di arte che unisce musica, pittura, poesia, colori: linguaggi diversi, ma figli dello stesso gene, quello della sensibilità.
Una sensibilità che è dono, ma anche vulnerabilità. «Chi comprende troppo – ammette – è destinato anche a soffrire di più». Ed è forse proprio per questo che molti artisti scelgono la solitudine, il silenzio, la pace quotidiana come rifugio e come spazio creativo. È lì, lontano dal rumore, che nascono le opere più autentiche. È lì che Cotticelli ha scritto, spesso circondato dai suoi disegni, parole uscite direttamente dal cuore.
Scrivere, però, non è mai un gesto neutro. È un’esposizione. «Buttare fuori tutto può riaprire ferite – spiega – o portarne alla luce di nuove». E per chi, come lui, è profondamente riservato, rendere pubbliche le proprie fragilità richiede una motivazione forte. Una motivazione che negli anni lo ha spinto a “planare in alto” anche attraverso la pittura, trasformando il dolore in consapevolezza.
“Traguardo, io e te su di un arcobaleno” nasce proprio da questa urgenza: dare voce a una categoria invisibile, quella dei genitori separati che vivono lontani dai propri figli. In particolare, ai papà che attendono per anni la maggiore età dei bambini, con la speranza di vederli un giorno bussare alla porta di casa. Padri che si svegliano in silenzio, rientrano dal lavoro senza abbracci ad attenderli, e portano dentro una ferita che le parole spesso non riescono a descrivere.
«È una condizione devastante – racconta – molti scelgono la solitudine, aspettando il giorno in cui potranno finalmente vivere accanto ai propri figli». Ma il brano non dimentica nemmeno le madri che vivono lo stesso dolore, né i figli stessi, spesso costretti a cercare un genitore attraverso lo schermo di un telefono.
Alla vigilia della finalissima, Cotticelli è sincero: questa volta non si accontenta della partecipazione. «Vorrei vincere», dice. Non per ambizione personale, ma per il peso simbolico di quella vittoria. Nel viaggio in treno verso Milano, guardando l’Italia scorrere fuori dal finestrino, sente già addosso una grande responsabilità: rappresentare chi non ha voce, chi ha dormito in auto o in una stazione, chi lotta ogni giorno per i propri diritti genitoriali, chi è stato escluso dalla propria casa e dalla propria famiglia solo per la fine di un amore.
Eppure, nel suo messaggio non c’è spazio per l’odio. «Le guerre non portano a nulla – sottolinea – l’importante è andare avanti in armonia». Esistono famiglie che, dopo una separazione, hanno ritrovato equilibrio e serenità per il bene dei figli. Ed è anche a loro che guarda, con rispetto.
Il riparare, o almeno provarci, resta qualcosa di raro e meraviglioso. E se anche da Milano non dovesse tornare con una vittoria, una cosa è certa: quel palco sarà stato attraversato da migliaia di voci. Quelle dei papà che non hanno mai potuto parlare. E che, per una sera, lo faranno attraverso una canzone.
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