Presentato presso il Museo del Risorgimento di Santa Maria Capua Vetere il libro di Ferdinando Terlizzi, Il delitto d’onoreUn’opera di alto spessore storico-giuridico e di forte impatto civile(19/12/2025) Il volume del giornalista Ferdinando Terlizzi, collaboratore di Cronache di Caserta, decano dei cronisti giudiziari di Terra di Lavoro e riconosciuto senatore dell’informazione in Campania, ricostruisce con rigore documentale e tensione narrativa il delitto e il processo al dottor Luigi Carbone, una delle più emblematiche e controverse vicende giudiziarie del primo Novecento, paradigma crudele di una cultura dell’onore che per decenni ha trovato legittimazione anche nelle aule dei tribunali.
All’alba del 1° aprile 1922, a Lapio, in provincia di Avellino, il dottor Luigi Carbone sgozzava nel sonno la giovane Bellinda Campanile, da lui sposata appena otto giorni prima, infliggendole una morte feroce e rituale. Un gesto compiuto, secondo la sua stessa ammissione, per punirla del “fallo” di non essere giunta “pura” alle nozze, di averlo ingannato e di aver così colpito il suo onore e la sua dignità.
Compiuto l’uxoricidio, con un sangue freddo che ancora oggi inquieta, Carbone si lavò le mani intrise di sangue, si vestì con scrupolosa normalità ed uscì di casa dopo aver raccomandato alla madre di non svegliare Bellinda finché egli non fosse tornato dalla stazione ferroviaria, dove disse di doversi recare.
In realtà si diresse al caffè gestito dai coniugi Fusco e, dalla soglia, esplose cinque colpi di rivoltella contro la giovane Elena Fusco, ferendola mortalmente.
Perché uccise anche lei? Nel primo interrogatorio Carbone dichiarò di aver voluto colpire, negli affetti più intimi, Oreste Fusco, ufficiale di fanteria e fratello di Elena, al quale Bellinda avrebbe attribuito il proprio “peccato”. In un secondo interrogatorio sostenne invece che Elena Fusco aveva favorito la tresca del fratello.
La singolare e disturbante complessità del processo emerge con forza dagli interrogatori dell’imputato: documenti che rivelano uno spirito labirintico, fatto di ombre e improvvisi bagliori, di razionalizzazioni e di abissi interiori. Perché, sebbene i giudici abbiano espresso il loro convincimento, il “problema Carbone” resta ancora oggi aperto alle speculazioni dello psicologo, dello psichiatra e dello storico del diritto.
Un’aspra battaglia giudiziaria, segnata da udienze numerose e roventi, condusse a un verdetto con cui i giurati esclusero la premeditazione, affermarono il vizio totale di mente per l’uxoricidio e quello parziale per l’omicidio di Elena Fusco, concedendo infine le attenuanti.
Chi visse quelle giornate non può non considerare, con amara tristezza, che a quel verdetto – pur definito vittoria della giustizia – non corrispose pienamente la sentenza, che ne ridusse la portata a un valore quasi simbolico, condannando Carbone a soli trenta mesi di reclusione.
Il dibattimento durò otto giorni, dal 12 al 18 giugno 1923. La famiglia di Bellinda Campanile non si costituì parte civile. I genitori di Elena Fusco furono assistiti da un collegio difensivo di primissimo piano: gli avvocati Rodolfo de Marsico, Guido Cocchia, Mattia Limoncelli e Alfredo de Marsico.
De Marsico, a chiusura della sua memorabile arringa, ammonì i giurati con parole destinate a rimanere scolpite nella storia forense:
«Sul vostro verdetto, o giurati, si spiega l’attenzione dell’Italia. Per l’onore della nostra Irpinia, per il vostro onore, serrate le file!»
Difesero Luigi Carbone gli avvocati Francesco Fragomele, Ignazio Scimonelli, l’onorevole Alfonso Rubilli e Giovanni Porzio. Fu proprio Porzio a definire il delitto “mezzo santo e mezzo ingiusto”, affidando alla sua arringa un passaggio destinato a suscitare clamore:
«Ed invece di quest’ironica menzogna, scritta sulle pareti di queste aule, che ci dice come la legge sia uguale per tutti, io vorrei che su questi muri si imprimessero le grandi parole di Carlo Richet: se un Dio sedesse nei Tribunali, egli sarebbe d’una inalterabile indulgenza per le colpe del dolore umano. Il senso di queste parole illumini le vostre menti ed ispiri il vostro verdetto».
Il libro di Terlizzi non è soltanto la ricostruzione di un processo, ma una riflessione profonda sul delitto d’onore, su quella norma che per decenni ha giustificato l’omicidio femminile in nome di una presunta offesa alla virilità maschile. Una norma abolita solo nel 1981, i cui effetti culturali e simbolici continuano tuttavia a riverberarsi nel presente, come dimostrano i femminicidi che ancora oggi insanguinano le cronache, figli di una mentalità che fatica a riconoscere pienamente la libertà e la dignità della donna.
La raffinata kermesse culturale è stata organizzata dalla Università delle Tre Età di Santa Maria Capua Vetere (Unitre).
Dopo i saluti istituzionali del professor Bartolomeo Valentino, insigne presidente della Unitre, la professoressa Giuliana Scolastico, direttrice dei corsi, ha presentato i relatori e moderato con autorevolezza il dibattito.
Il primo a prendere la parola è stato il Procuratore Generale emerito della Corte di Cassazione, dottor Raffaele Ceniccola, autore della prefazione dell’opera, che ha intrattenuto il pubblico soffermandosi sulla norma del delitto d’onore, sulla sua abolizione e sui profondi riflessi che essa ha avuto e continua ad avere sulla società civile.
È poi intervenuto l’avvocato Fabio D’Aniello, curatore della postfazione, ribadendo con chiarezza i profili giuridici e le evidenti contraddizioni di una norma finalmente cancellata dall’ordinamento.
L’editore Giuseppe Vozza ha sottolineato la solidità e il valore delle opere di Terlizzi, testimone appassionato di un impegno editoriale costantemente rivolto alla memoria storica e giudiziaria, non nuovo a significativi successi editoriali.
Ha concluso l’autore, svelando un retroscena inedito: un nipote dell’assassino, avvocato residente nel Nord Italia, gli ha confidato i dettagli del dopo-delitto e della nuova vita del nonno, il medico Luigi Carbone.
Terlizzi ha infine annunciato il suo prossimo libro, già in libreria, che sarà presentato sempre al Museo Civico nel mese di maggio 2026: La Gran Corte Criminale di Santa Maria di Capua, edito da Giuseppe Vozza Editore.
Un’opera che analizza il processo di un monaco accusato dell’omicidio del suo padrone e della figlia; l’assalto delle Br alla caserma Pica, l’assassinio del magistrato sammaritano Nicola Giacumbi, ucciso a Salerno dalle Br; l’uccisione del padre del direttore del carcere di Cuneo, da parte di Raffaele Cutolo, maresciallo Contestabile; la soppressione del comandate degli agenti di custodia del carcere sammaritano Pasquale Mandato; l’assassinio dell’autista di Carlo Alberto Dalla Chiesa, l’appuntato sammaritano Domenico Russo al quale l’Amministrazione Comunale ha intitolato una strada. Il libro tratta poi con tutti i particolari il processo agli anarchici sammaritani, accusati di aver ucciso l’avvocato Liquori e il carabiniere Leone. Infine il caso dell’assassinio del sindacalista siciliano Salvatore Carnevale, il cui processo fu assegnato a Santa Maria (1960) per legittima suspicione.
Nel dibattimento furono impegnati Sandro Pertini e Giuseppe Garofalo, in difesa della mamma della vittima. L’istruttoria fu portata avanti da dal giudice Pietro Scaglione, assassinato anni dopo da Luciano Liggio. Lo scrittore Carlo Levi, autore di Cristo si è fermato a Eboli, seguì il processo e scrisse un libro Le parole sono pietre. Alla condanna di 4 ergastoli a Santa Maria fece eco l'assoluzione a Napoli per insufficienza di prove. Oltre a Ciro Maffuccini, Pompeo Rendina e Taormina a Napoli fu aggiunto Giovanni Leone.
La prefazione è stata curato dal magistrato Oscar Bobbio, mentre la postfazione è stata realizzata dal penalista Giuseppe Stellato. •
Un lavoro di ricerca mastodontico, un libro monumentale che attraversa alcuni dei più drammatici processi della storia giudiziaria italiana, confermando ancora una volta il ruolo di Ferdinando Terlizzi come custode della memoria giudiziaria del Mezzogiorno.

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