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L’8 e 9 aprile si presenta a Napoli, Acerra e Gragnano il libro “Paisà, sciuscià e segnorine”

(06/04/2022)

Un racconto corale di Napoli, Roma e il Mezzogiorno nei due anni sotto gli Alleati


La caduta di Mussolini e l’armistizio lasciano l’Italia stremata e divisa, mentre gli Alleati e i tedeschi si contendono palmo a palmo la penisola con scontri violenti, bombardamenti, stragi, rappresaglie, stupri, rastrellamenti, saccheggi, sfollamenti. Fame, disperazione, macerie e morte la fanno da padrone. Anche l’assetto istituzionale è segnato da una profonda frattura, tra il Regno del Sud e la Repubblica Sociale Italiana. Gli Alleati sbarcano a Salerno e la linea del fronte avanza lentamente da sud a nord e in questo periodo alla feroce occupazione tedesca del centro-nord si contrappone la convivenza forzata con i liberatori anglo-americani nel Mezzogiorno.
Il peculiare percorso di uscita dalla guerra dell’Italia meridionale è il tema del libro Paisà, sciuscià e segnorine. Il Sud e Roma dallo sbarco in Sicilia al 25 aprile (Il Mulino), di Mario Avagliano e Marco Palmieri, che raccontano questo periodo attraverso una pluralità di fonti coeve: lettere, diari, corrispondenza censurata, relazioni delle autorità italiane e alleate, giornali, canzoni, film.
Un racconto corale in cui le vicende istituzionali e militari – che sono più note – restano sullo sfondo, mentre viene ricostruito dettagliatamente quel clima che Curzio Malaparte in Kaputt esemplifica così nella frase citata nella quarta di copertina del volume: «Tutti fuggivano la disperazione, la miserabile e meravigliosa disperazione della guerra perduta, tutti correvano incontro alla speranza della fame finita, della paura finita, della guerra finita, incontro alla miserabile e meravigliosa speranza della guerra perduta. Tutti fuggivano l’Italia, andavano incontro all’Italia».
La ritirata e il breve periodo dell’occupazione tedesca del Sud lasciano sul terreno migliaia di morti e fino ad ora sono stati censiti 942 episodi di violenza e 2.623 vittime, per l’86% civili, cui si aggiunge l’altrettanto sanguinosa esperienza della popolazione nel Lazio, con 1.060 vittime in 169 atti criminali. Ma anche l’arrivo degli Alleati non è sempre pacifico, specie dove si abbatte la furia delle truppe che si abbandonano a stupri e violenze, passate alla storia come marocchinate, per il coinvolgimento dei reparti coloniali francesi.
I capitoli del libro di Avagliano e Palmieri dedicati a queste vicende sono ricchi di storie inedite o poco conosciute. La parte centrale del libro è dedicata a Napoli che, nel bene e nel male, diventa una sorta di capitale dell’Italia liberata, dilaniata dalle bombe, sofferente per la fame («Ieri ho dovuto vendere due materassi, non ce la facevo a vedere i bambini morire di fame», scrive un signore da Napoli nell’agosto 1944), la prostituzione e la povertà, la borsa nera e gli sciuscià, ma anche estremamente vitale, dove nascono giornali, si sviluppa Radio Napoli da cui usciranno alcuni degli intellettuali, giornalisti e scrittori più importanti del dopoguerra (tra i quali Antonio Ghirelli, Francesco Rosi, Maurizio Barendson, Giuseppe Patroni Griffi, Achille Millo, Raffaele La Capria, Luigi Compagnone, Rosellina Balbi, Vincenzo Dattilo, Ettore Giannini, Michele Prisco, Domenico Rea ed Enrico Cernia), vengono scritte alcune delle più belle canzoni della storia, da Tammurriata nera, del 1944, il cui testo è scritto da Edoardo Nicolardi, dirigente ospedaliero al Loreto Mare di Napoli, ispirato dalla nascita di un bambino meticcio al quale assiste, a Simmo ‘e Napule paisà, sempre del 1944, da Dove sta Zazà?, versi di Raffaele Cutolo, musica di Giuseppe Cioffi, che viene lanciata nella Piedigrotta del 1944 da Aldo Tarantino, al Teatro delle Palme a Napoli, e diventa il contraltare di Lilì Marlen, cantata dagli italiani come dagli Alleati, e sarà poi tradotta in più di dieci lingue, affermandosi come l’inno del dopoguerra, a Munasterio ‘e Santa Chiara del 1945, scritta da Michele Galdieri con musica di Alberto Barberis. Straordinario anche il capitolo su Totò, i fratelli De Filippo e Anna Magnani, che rischiano di essere arrestati per il loro antifascismo e che, subito dopo la liberazione, animano le scene anche con rappresentazioni contro Hitler e Mussolini.
A partire dall’autunno-inverno del 1943 a Napoli e nel Mezzogiorno, e da giugno del 1944 a Roma e in Abruzzo, la popolazione gode dei primi sprazzi di libertà e di democrazia, ma al tempo stesso deve fare i conti con le ferite lasciate dal regime e dalla guerra ed è flagellata dalla fame, dalla mancanza di alloggi e di trasporti, dal caro-vita (aggravato dalla robusta emissione di am-lire da parte degli Alleati), dal mercato nero e dalla disoccupazione, soffrendo altresì per la lontananza dei reduci. Una disperazione diffusa che alimenta tensioni sociali, recrudescenze criminali e fenomeni di delinquenza minorile e di prostituzione. Inoltre, esaurita l’euforia della libertà riconquistata ed emersa la consapevolezza del carattere messianico e illusorio dell’aspettativa che l’arrivo degli anglo-americani, simbolizzato dal pane bianco, dalle caramelle e dalle chewing-gum, porti miracolosamente alla fine della miseria, col passare del tempo la presenza delle truppe alleate nella penisola diventa sempre meno gradita e più ingombrante per il degrado morale, sociale e anche economico di cui sono portatrici con i loro dollari e sterline e le violenze (anche di carattere sessuale) connesse al ruolo di conquistatori-occupanti. In un manifesto di un comitato cittadino di carità di Napoli si lamenta la presenza di «bambine malate e gravide di 13, 12 e persino 10 anni e mezzo, incoscienti, che giocano ancora con la bambola, ignare del loro stato e del loro avvenire rovinato» e si denuncia il caso di una dodicenne ricoverata in un ospedale per le bastonature subite dal padre perché «non riesce a ‘guadagnare’ più di 2000 lire al giorno, mentre la sorella quattordicenne ne ‘guadagna’ da 4 a 5 mila. Ma essa, la dodicenne, non sa vincere la ripulsione di lasciarsi avvicinare da negri».
Si è sostenuto che nella Southern Region, come la definiscono gli anglo-americani, la transizione dal fascismo alla democrazia sia avvenuta in anticipo, ma con modalità assai differenti rispetto all’Italia settentrionale, con minore afflato antifascista, essendoci stati pochi episodi di resistenza armata, più disordine sociale e anche con una certa insofferenza verso il governo centrale, trasformatasi di lì a poco in forte consenso per il movimento qualunquista. È una ricostruzione in cui c’è del vero, in quanto nel Sud gran parte dell’apparato dello stato – prefetti, questori, commissari prefettizi – opera all'insegna della continuità badogliana, frenando il cambiamento politico e sociale. Ma la fotografia del Mezzogiorno conservatore e perfino filofascista, certificata dal plebiscito pro-monarchia nel referendum del 1946, non racconta la storia completa di quel periodo e della società meridionale.
Infatti il saggio di Avagliano e Palmieri dimostra che in questi due anni gli italiani del Mezzogiorno iniziano un percorso di discontinuità rispetto al passato. Nelle regioni del Sud si manifesta un primo «abbozzo di Resistenza», sia attraverso i numerosi casi di militari che, all’indomani dell’armistizio rifiutano di consegnare le armi ai tedeschi e ingaggiano combattimenti con le truppe della Wehrmacht, sia attraverso i tanti episodi di resistenza spontanea e popolare. Si costituiscono anche diverse bande partigiane, soprattutto in Campania e in Abruzzo. Questo libro per la prima volta propone un panorama completo di questi episodi, sempre con testimonianze dirette, che attestano che la Resistenza ha riguardato anche il Mezzogiorno. Anche il racconto delle Quattro giornate di Napoli, grazie ai diari e alle testimonianze, fa giustizia di certe rappresentazioni troppo oleografiche o che esaltavano principalmente l’eroismo dei cosiddetti scugnizzi.
C’è fermento anche in politica. Si tiene il Congresso di Bari, prima riunione dei Comitati di Liberazione Nazionale, in tutte le regioni del Sud i partiti dell’epoca pre-fascista e quelli nuovi iniziano a riorganizzarsi, aprendo sezioni nel territorio e tenendo affollati comizi nelle piazze, in Sicilia si sviluppa un esteso movimento separatista, in Sardegna soffia il vento dell’autonomia, e si ricostituiscono i sindacati e le associazioni, a testimonianza di una società civile vitale e della volontà di riaggregarsi attorno a strutture alternative al vecchio regime fascista. Durante il breve periodo del Regno del Sud matura la Svolta di Salerno di Palmiro Togliatti, che abbastanza sorprendentemente conduce i partiti antifascisti nella coalizione di governo.
Al tempo stesso il Mezzogiorno, Napoli e Roma sono la culla dei primi gruppuscoli neofascisti che sorgono in clandestinità, spesso alimentati da giovanissimi, e organizzano contropropaganda in favore della Rsi e i primi attentati di matrice terroristica, cavalcando il malessere sociale e la protesta del «non si parte» contro i richiami alla leva, trasversale alla società meridionale.
Sono una novità rilevante anche le lotte contadine, dapprima elementari e spontanee, che – come scrivono Avagliano e Palmieri - mirano a frantumare l’assetto sociale e produttivo tardofeudale delle campagne meridionali, basato sulla rendita parassitaria, mettendo in crisi il blocco agrario che tiene imprigionato il territorio e ne blocca lo sviluppo e rappresentando un primo vero incubatore democratico della nuova Italia. A prescindere dai risultati ottenuti, in qualche caso con la costituzione di effimere repubbliche contadine, queste manifestazioni prefigurano la mobilitazione comune che caratterizzerà il movimento d’occupazione delle terre negli anni successivi. E in queste battaglie si forgia una classe politica e sindacale che resiste nel tempo e nella memoria popolare; non a caso i centri delle lotte contadine saranno nei successivi cicli elettorali considerati delle zone rosse. 
Dal punto di vista sociale, infine, il dopoguerra anticipato del Sud e di Roma, attraverso il confronto con l’agiatezza degli Alleati e gli usi e costumi in particolare degli americani (compreso quelli di origine italiana, i cosiddetti paisà), dal jazz agli occhiali Ray-ban, dalle jeep ai cibi in scatola, costituisce un primo assaggio, nel bene e nel male, di quell’american way of life che si sarebbe affermato negli anni Cinquanta con il boom economico e influenza in modo significativo l’opinione pubblica meridionale, che nelle elezioni del 1948 compirà una chiara scelta in favore del campo occidentale, consentendo alla Dc di sconfiggere il Fronte Popolare.

 






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