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L’arte come ponte tra mito e futuro

Il viaggio corale di Gelsomina Ferrara, tra propensione alla meraviglia ed estetica della resistenza

(19/07/2026)

Dal fascino austero del Castello di Francolise alle radici di una napoletanità universale, l’artista e curatrice Gelsomina Ferrara si racconta tra sfide vinte, spiritualità condivisa e nuovi, prestigiosi, progetti istituzionali.  

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di Teresa Lanna  

 

Una magia particolare ha attraversato le sale del Castello Medievale di Francolise lo scorso 12 luglio, in occasione del vernissage della mostra “Oltre il Vesuvio”. Un progetto ambizioso, capace di far dialogare la pietra silenziosa della storia con i linguaggi, spesso frammentati, della contemporaneità. L'esposizione, che ha coinvolto trentaquattro artisti italiani ed internazionali, e che sarà visitabile gratuitamente nei weekend, dalle ore 19 alle ore 22, fino al prossimo 30 luglio, è nata con l'obiettivo di valorizzare il territorio, omaggiando il capoluogo campano con una grande varietà di tecniche e stili espressivi.

Mente e cuore dell'evento, l'artista Gelsomina Ferrara arriva portando una ventata di gioia contagiosa, che per qualche tempo attenua gli ovvi disagi provocati dall'eccessiva calura estiva. Gli occhi che brillano, l'entusiasmo travolgente, l'eleganza ed il fascino di una sirena che si destreggia con disinvoltura tra le onde del mare, ma anche alle pendici del Vesuvio o nel cuore del centro storico, Gelsomina ci racconta come è nata questa sfida, ma anche la sua profonda connessione con la terra d’origine e la propria visione del ruolo sociale dell'arte.

L'intervista

T.L.: Gelsomina, la mostra "Oltre il Vesuvio" ha riscosso un grande successo nella splendida cornice del Castello Medievale di Francolise. Come è nata l'idea di questo progetto e in che modo l'architettura storica e solenne di un castello medievale ha dialogato con la vivacità e i linguaggi frammentati delle opere d'arte contemporanea esposte?

G.F.: «Questa mostra è stata una vera e propria sfida e, visto il risultato, posso dire di averla vinta. L’idea nasce dal mio desiderio profondo, come artista napoletana, di partire da Napoli per raccontare la città ‘oltre’. Non ho mai voluto allontanarmi dalle mie radici, anzi; ho scelto di restare in ascolto di ciò che la città ha da comunicarmi, cercandola nei suoi miti, nelle leggende, nella sua bellezza contraddittoria e nelle sue tradizioni. "Oltre il Vesuvio", però, voleva essere anche un atto di apertura. Accanto al mio percorso, infatti, ho voluto invitare altri artisti, italiani e stranieri, che pur nutrendosi di questa energia sentivano l'esigenza di esplorare mondi differenti, superando i confini visivi che spesso ci teniamo stretti. Il risultato è stato un dialogo corale tra chi scava nel mito partenopeo e chi proietta la propria visione verso orizzonti più distanti. Da questa sinergia sono nate più di duecento opere: quadri, ma anche lenzuola dipinte che richiamano i medievali arazzi. E qui entra in gioco il Castello. La solennità delle sue pietre ha reso tutto ancora più vibrante. L’architettura storica ha fatto da custode austero, creando un affascinante salto nel tempo con la frammentarietà dell’arte contemporanea. Non è stata una semplice contrapposizione, ma un arricchimento reciproco; il Castello è tornato a vivere come palcoscenico di un presente in continuo divenire, mentre le opere, in un ambiente così denso di passato, hanno acquisito una nuova necessità storica».

T.L.: Nel descrivere "Oltre il Vesuvio", hai accennato al fatto che le opere esposte, pur differenti per tecnica e stile, sono tutte accomunate da uno stesso 'DNA partenopeo'. Come definiresti questo DNA e come si riflette nella scelta degli artisti che hai curato?

G.F.: «Quando parlo di questo 'DNA partenopeo' penso a tre aspetti viscerali che fanno da filo conduttore a tutta la mostra. Innanzitutto, c'è la coabitazione degli opposti: l'anima napoletana è, per sua natura, un esercizio costante di sintesi tra sacro e profano, luce ed ombra. Gli artisti che ho scelto non temono questa frattura; la alimentano. Nelle loro opere si sente la capacità di accogliere il dramma della vita senza mai perdere la propensione alla meraviglia; è un'estetica della resistenza che trova bellezza anche nel dolore. Poi c'è il 'Barocco', vissuto come forma mentale dell'eccesso e del dettaglio, che non c'entra con lo stile storico, ma con il rifiuto del minimalismo inteso come sottrazione. Noi preferiamo l'accumulo, il decoro, la narrazione viscerale. Gli artisti in mostra possiedono questo horror vacui positivo: un bisogno quasi fisico di riempire lo spazio e stratificare significati, proprio come le strade di Napoli, dove ogni pietra racconta una storia diversa. Infine, c'è la memoria come materia viva: Napoli non vive nel presente, Napoli è il suo passato. Gli artisti non 'citano' la tradizione, la abitano. C'è un approccio tattile, quasi alchemico, un rapporto diretto con la terra, the fuoco e la luce mediterranea che richiama l'eredità di una città vulcanica. Nella selezione non ho cercato la coerenza tecnica, ma l'urgenza. Volevo quel 'fuoco' creativo fatto di ironia dissacrante e profonda malinconia. Ho scelto chi, come Napoli, sa trasformare il limite in risorsa e la cicatrice in decorazione. Perfino negli artisti che operano lontano da Napoli ho cercato questa cifra distintiva: un certo modo di gestire il colore o una composizione quasi teatrale della scena. Gli artisti che ho curato non stanno solo esponendo opere; stanno mettendo in scena un modo di stare al mondo».

T.L.: Le tue origini napoletane sono una presenza costante, quasi una firma emotiva, nella tua produzione. Penso ad esempio alla tua splendida opera "O mar, e stell, a luna e tu", dove hai ritratto un Vesuvio ‘dormiente e protettivo’ anziché distruttivo. Qual è il tuo personale rapporto con il mito della tua terra natale e come riesci a trasformare la passione vulcanica di Napoli in un incanto quasi poetico e sacro?

G.F.: «Amo molto quest'opera. Dipingendo il Vesuvio ho sentito il bisogno viscerale di riscattare il racconto della mia terra, troppo spesso imprigionato nel cliché della minaccia imminente o della fatalità ineluttabile. Il mio rapporto con il mito di Napoli non è nostalgico o celebrativo, ma è un dialogo costante con la sua emotività. Napoli non conosce mezze misure: vive sospesa tra il lutto e la festa, tra la cenere e il miracolo. Trasformare questa passione vulcanica in qualcosa di poetico e sacro significa smettere di guardare alla distruzione come a un destino inevitabile e iniziare a vedere la permanenza della bellezza come un atto di resistenza. Nel ritrarre il Vesuvio come un gigante 'dormiente e protettivo' ho voluto ribaltare la prospettiva. Il vulcano non è il carnefice, ma il custode millenario; un padre severo, ma vigile, che osserva la vita ai suoi piedi. Quando il fuoco dei miei colori si spegne e lascia spazio al blu del mare e alla luce della luna, cerco di raccontare proprio quel momento di tregua, quella sacralità che emerge quando la frenesia napoletana si placa e resta solo la nuda, struggente poesia».

T.L.: La tua arte fa spesso ricorso a tecniche diverse: pastelli ad olio, cere, acrilici, ma anche scultura. C'è un materiale o una tecnica in cui senti che la tua anima artistica riesce a esprimersi con maggiore immediatezza e libertà?

G.F.: «La mia anima artistica trova una dimora elettiva nell'argilla e nella scultura; un legame profondo che affonda le radici nella mia infanzia, per poi sfociare nel mio percorso di laurea all'Accademia di Belle Arti di Napoli. In quel contatto fisico e primordiale con la terra, sento di poter esprimere la mia essenza con un'immediatezza che nessun altro medium riesce ad eguagliare. Tuttavia, la mia creatività non è mai statica o confinata in un unico linguaggio. La scelta del materiale o della tecnica, che si tratti di pastelli ad olio, cere o acrilici, non è mai casuale; è un riflesso diretto del mio stato d'animo. Mi lascio guidare dall'emozione del momento, selezionando lo strumento che meglio risuona con ciò che sto vivendo e provando in quella precisa fase del mio processo creativo. È proprio in questa fluidità, nel cambiare pelle e tecnica a seconda di ciò che sento, che trovo la mia forma più autentica di libertà».

T.L.: La tua carriera è costellata di tappe significative. Hai recentemente ottenuto il premio speciale della giuria al concorso internazionale "La tombola napoletana in arte" al Palazzo Vanvitelliano, reinterpretando in modo straordinario il numero 23 attraverso la figura di Pulcinella. Cosa ha significato per te quel riconoscimento, specialmente nel misurarsi con artisti provenienti da tutto il mondo?

G.F.: «Ricevere il premio speciale della giuria al concorso "La tombola napoletana in arte" con l'opera "Naggia appis ‘e sciem, ma tu ’e spezzato ‘o chiuov" è stato un momento di profonda gratificazione, che ha trasformato il mio percorso artistico in un dialogo intimo e universale. Affrontare il numero 23, ‘’o scemo’, nella tradizione della smorfia, attraverso la maschera di Pulcinella, non è stata una scelta casuale, ma un tentativo di nobilitare la fragilità. Pulcinella, nella sua natura ambivalente, incarna l’essenza stessa dell’essere umano: una figura che vive di contraddizioni, che ride per non piangere e che trasforma la propria inadeguatezza in una forma di saggezza arcaica e liberatoria. Misurarsi con artisti provenienti da tutto il mondo ha aggiunto una dimensione ulteriore a questo attestato di stima. Scoprire come la cultura napoletana sia percepita e riletta oltre i confini geografici è stato illuminante. La ‘napoletanità’ non è solo una cifra locale, ma un vocabolario emotivo che parla di resilienza e ironia, concetti che trascendono qualsiasi confine nazionale. Essere apprezzati in una cornice così prestigiosa come il Palazzo Vanvitelliano, da una giuria internazionale, mi ha confermato che la scelta di scavare nel solco della tradizione locale per renderla contemporanea era la strada giusta. Vincere un premio che punta i riflettori su una figura come quella di Pulcinella significa celebrare l’imperfezione. In un mondo artistico spesso orientato alla ricerca della perfezione estetica, vedere premiata una maschera che dell'irregolarità ha fatto la propria forza è stata la vittoria più grande. Questo traguardo non lo considero un punto di arrivo, ma una conferma della potenza narrativa del simbolo. Aver saputo tradurre un codice così specifico, come la smorfia napoletana, in un linguaggio estetico che ha risuonato con giurati di diversa estrazione culturale è la dimostrazione che l'arte, quando affonda le radici nel profondo del proprio spirito, diventa inevitabilmente patrimonio di tutti».

T.L.: Un'altra tappa importante è stata la tua partecipazione alla rassegna "Tempus" presso il Museo Archeologico Nazionale di Eboli, dove le tue opere hanno dialogato con reperti millenari. In quell'occasione hai espresso una bellissima riflessione sul tempo, dicendo che cerchi di non sprecarlo ma di usarlo «per raggiungere la coscienza e la conoscenza». In che modo la tua arte ti aiuta in questo cammino di consapevolezza dello scorrere del tempo?

G.F.: «L'esperienza presso il Museo Archeologico Nazionale di Eboli è stata per me una rivelazione. Trovarmi circondata da reperti che hanno sfidato i millenni mi ha posto di fronte alla precarietà, ma anche alla persistenza dell'essere umano. Quando parlo di «raggiungere la coscienza e la conoscenza» attraverso l'arte, intendo l'arte come uno strumento di decantazione del tempo. Nel mio studio, quando lavoro, il tempo cronologico – quello scandito dall'orologio, dagli impegni, dalle scadenze, dal lavoro – svanisce. Entro in una dimensione in cui il passato si fonde con il presente. L'arte mi permette di vivere momenti di ‘presenza assoluta’, in cui la consapevolezza si espande perché non sono più inseguita dai minuti, ma guidata dall’istinto. Ogni opera che completo è una fotografia di chi ero in quel preciso istante. Nel guardare i miei lavori passati, non vedo solo dei risultati estetici, ma leggo le risposte che ho dato alle domande che la vita mi poneva in quel momento. Questo mi aiuta a monitorare la mia evoluzione, comprendere come la mia sensibilità si sia modificata, come le mie paure siano mutate e come la mia ricerca di conoscenza si sia fatta via via più profonda. Il confronto con i reperti archeologici a Eboli mi ha ricordato che l'arte è il tentativo più nobile che abbiamo per dire «io ero qui» e «questo è ciò che ho pensato». La mia ricerca artistica non è rivolta all'immortalità, ma all'urgenza di lasciare una traccia che abbia sostanza. L'arte mi insegna che il tempo non è una minaccia, ma un alleato della forma. Come un reperto archeologico acquisisce valore proprio attraverso l'erosione e la patina del tempo, così anche la mia arte beneficia della sedimentazione. Imparare a lasciare che il tempo lavori sulle mie idee, senza forzarle, è forse la lezione più grande di consapevolezza. Mi obbliga a essere onesta, perché davanti alla tela o alla scultura non posso mentire a me stessa. Ogni opera è, in fondo, una stazione di sosta in cui mi fermo a riflettere su dove sono arrivata e, soprattutto, su chi sono diventata nel frattempo».

T.L.: Dalla donazione di opere alle comunità locali (come il ritratto di "Santa Maria a Castello" a Francolise) alla tua attività sul territorio, si percepisce chiaramente che per te l'arte non è un fatto privato, ma un dono condiviso. Quale credi che debba essere il ruolo dell'artista nella società odierna?

G.F.: «L'esperienza con il ritratto della Madonna di Santa Maria a Castello di Francolise è stata per me profondamente rivelatrice. Quando mi sono soffermata a guardare quella scultura nella chiesa, ho notato che, pur non essendo canonicamente ‘bellissima’ dal punto di vista estetico, emanava una luce straordinaria e particolare. Dopo averla dipinta, mi sono resa conto che tenerla chiusa nel mio studio non aveva alcun senso: l'arte, privata dello sguardo altrui, soffoca. Da lì è nata la decisione di donarla, perché sentivo che quell'opera apparteneva alla comunità. Partendo da questa mia esperienza, credo fermamente che il ruolo dell'artista nella società odierna debba essere quello di un ‘connettore’ e di un custode della memoria e delle emozioni collettive. Oggi viviamo in un mondo spesso frammentato, individualista e distratto. L'artista non può più permettersi di restare chiuso nella sua torre d'avorio a produrre per il proprio ego o solo per le logiche del mercato. Il nostro compito è saper cogliere quella ‘luce’ particolare che sfugge allo sguardo frettoloso – la bellezza nascosta nelle pieghe del quotidiano, le ferite, le speranze e la spiritualità della nostra terra – e trasformarla in un linguaggio visibile a tutti. L'arte deve tornare a essere un dono condiviso, un bene comune che unisce le persone, rafforza l'identità di un territorio e offre conforto o riflessione. L'artista oggi deve essere al servizio della comunità, restituendo agli altri ciò che l'ispirazione e la vita gli hanno permesso di catturare sulla tela».

T.L.: Dopo il successo della curatela e dell'esposizione a Francolise, quali sono i nuovi confini o i nuovi mondi che l’artista Gelsomina Ferrara desidera esplorare? C'è già un nuovo progetto o una nuova tela che sta prendendo forma nel tuo studio?

G.F.: «Dopo il successo dell'esposizione a Francolise, mi sento carica di una nuova energia creativa. Ogni mostra è per me un momento di riflessione, ma il cuore della mia ricerca continua a pulsare con forza all'interno del mio studio, dove nuove forme stanno prendendo vita sotto le mie mani. Attualmente, sto lavorando con grande dedizione alla realizzazione di cinque sculture in altorilievo commissionatemi dalla Scuola Specialisti dell'Aeronautica Militare di Caserta. È un progetto che mi coinvolge profondamente, non solo per la sfida tecnica che l'altorilievo comporta, ma per il prestigio delle istituzioni a cui queste opere sono destinate. Questo impegno si inserisce in un solco che ho tracciato con orgoglio: ho già avuto il privilegio di realizzare le sculture di Eolo e del Grifone per l'Accademia Aeronautica di Pozzuoli. Per me, poter dare forma a simboli così carichi di storia, valore e identità, è un vero onore. È un'esperienza che mi spinge a misurarmi con la maestosità e la disciplina che questi luoghi rappresentano, cercando di infondere nelle mie opere quel connubio tra forza scultorea e leggerezza del volo che da sempre mi affascina».

 






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