Confermate in Appello le condanne per minacce mafiose a Capacchione e Saviano nel 2008(14/07/2025) Le condanne per le minacce, aggravate dal metodo mafioso, rivolte nel 2008 durante il processo di secondo grado “Spartacus” a Napoli, sono state confermate in Appello. La sentenza, emessa dai giudici della Prima sezione della Corte di Appello di Roma, ha ribadito la decisione di primo grado del 24 maggio 2021, che aveva riconosciuto le minacce come aggravate dal metodo mafioso.
Il boss del clan dei Casalesi, Francesco Bidognetti, è stato condannato a un anno e sei mesi, mentre l’avvocato Michele Santonastaso a un anno e due mesi. Dopo la lettura del dispositivo, Roberto Saviano ha commentato: “Mi hanno rubato la vita”. Lo scrittore, visibilmente commosso, ha abbracciato in lacrime il suo legale, Antonio Nobile, e dall’aula è partito un applauso.
I fatti alla base della vicenda
Gli eventi risalgono al 13 marzo 2008, quando, durante le conclusioni della difesa nell’appello del processo “Spartacus” – che vedeva imputati a Napoli oltre 115 appartenenti alla camorra – l’avvocato Santonastaso, legale di Bidognetti, lesse in aula un documento di ricusazione dei giudici. La motivazione era un presunto condizionamento dovuto alla pressione mediatica, in particolare al best-seller di Saviano, Gomorra, che secondo la difesa avrebbe tentato di “condizionare l’attività dei giudici”. La difesa criticava anche gli organi di informazione, accusandoli di non aver dato rilevanza mediatica al processo.
Rosaria Capacchione, allora cronista del Mattino di Napoli, era accusata di aver favorito con i suoi articoli l’operato della Procura. Il documento di Santonastaso suscitò l’indignazione di politica e media, poiché i riferimenti personali furono considerati minacce gravi e non semplici espressioni di diritto di difesa, come confermato anche dalla sentenza di appello.
Le parole di Saviano
Lo scrittore Roberto Saviano ha commentato: “Sedici anni di processo non sono una vittoria per nessuno, ma ho la dimostrazione che la camorra in un’aula di tribunale, pubblicamente, ha dato la sua interpretazione: che è l’informazione a mettergli paura. Ora abbiamo la prova ufficiale in questo secondo grado che dei boss, con i loro avvocati, firmarono un appello dove – sottolinea Saviano – misero nel mirino chi raccontava il potere criminale. E non attaccarono la politica, ma il giornalismo, insinuando che avrebbero ritenuto i giornalisti, e fu fatto il mio nome e quello di Rosaria Capacchione, i responsabili delle loro condanne. Non era mai successo in un’aula del tribunale in nessuna parte del mondo.”

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