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di Nicola Caroppo

 

Un buon successo di pubblico ha accompagnato la prima serata della Compagnia stabile “Teatro Mio” di Vico Equense al “Supercinema” di Castellammare di Stabia dove venerdì 3 febbraio è andata in scena la commedia “Ferdinando” , capolavoro del commediografo e drammaturgo stabiese Annibale Ruccello scomparso prematuramente venticinque anni fa. Lo spettacolo completa un ciclo di iniziative dedicate alla commemorazione dell’autore e all’approfondimento della complessa e prepotente modernità del suo teatro.

Sul palco un cast già collaudato per questa commedia ha convinto ed emozionato un pubblico partecipe e caloroso. Tra tutti merita menzione la verve ironica di Luisa Russo nei panni di Clotilde, una baronessa decaduta ed ipocondriaca che si ritira in campagna e riversa i suoi vuoti affettivi e le sue frustrazioni su Gesualda, sua lontana cugina, bisbetica, bizzoca e zitella, ben interpretata in tutte le sfumature e durezze caratteriali da Tina Norvello. Il loro pastore, Don Catellino, un prete ambiguo e tutt’altro che casto e devoto, ma vittima  piuttosto delle sue debolezze, è reso con intensità da Bruno Alvino. Ad irrompere in questo isolato quadretto “familiare”, che si consuma nel 1870 sullo sfondo di un’Italia ancora non del tutto unita, è Ferdinando, ruolo toccato a Peppe Coppola. Sedicente orfano e nipote di Clotilde, il bel giovanotto, dall’accattivante nome borbonico, diviene ben presto oggetto di contesa e nello stesso tempo fatale inganno per i tre. Il tutto contornato dalla scenografia essenziale scelta dalla sapiente regia di Salvatore Guadaguolo, nel rispetto del teatro ruccelliano e della prima indimenticabile versione con Isa Danieli.

Appare lampante, anche nelle molteplici chiavi di lettura e nella complessità della trama, l’incontro-scontro tra il vecchio ed il nuovo che s’insinua inesorabile in ogni angolo del  regno, ormai prossimo alla completa unità. Il contrasto, molto più di una contestualizzazione storica, si traduce in una contrapposizione evidenziata dalle scelte linguistiche e dalla ripulsa per il barbaro “taliano”, a cui è preferito il napoletano, il francese o al massimo il latino della messa. Ed è così che sul fil rouge di un’atmosfera “gattopardiana”, dai risvolti noir, s’innesca un gioco di ritrosie, diffidenze e gelosie che cela il dramma più profondo della mancanza di comunicazione e della totale chiusura verso il nuovo. La sottile introspezione psicologica dei rapporti interpersonali, frutto degli interessi antropologici di Ruccello, dà vita ad un intreccio sotteso sul filo della drammaturgia classica e sull’ironica derisione dei vizi di una società decadente, soggiogata dall’opportunismo, dalla vendetta, dall’avidità e dalla totale incapacità di amare.  

 

 

©PH REPORTWEB

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